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Il mito del BrainStorming

Negli ultimi anni le nostre agende sono state prese d’assalto da meeting di BrainStorming o ‘Workshop’ e sessioni creative, out-of-the-box meeting e chi ne ha più ne metta.

Dopo aver preso parte a diversi meeting di questo genere si riconoscono facilmente le tecniche creative usate,  tecniche che hanno lo scopo di  facilitare la condivisione di idee e la generazione di altre (es. le più tradizionali basate su mix di elementi da diverse categorie, oppure macro-idee basate su ‘sottrazione/aggiunta’ di elementi del concetto stesso). Il tutto anticipato da brevi presentazioni di warm-up/risultati di ricerca, così da focalizzarsi al meglio sugli obiettivi o tenere a mente i macro-trend emergenti.  O riproporre ottimi stimoli basati su esempi di  innovazioni della concorrenza/altre categorie.

Dopo alcuni di questi meeting, spesso i partecipanti ammettono che gli output iniziano ad assomigliarsi sempre di più. O meglio ancora,  le idee innovative faticano ad emergere. E così ci ritroviamo con idee già sviluppate (nel cassetto da anni e riesumate temporaneamente) o semplici mee-too della concorrenza per seguire i trend consolidati o emergenti.

Come sono cambiati i brainstorming da quando inizialmente furono introdotti?

Abbiamo pensato di proporvi, anche in vista delle vacanze estive, un ottima sintesi sulla storia e la validità (?) del BrainStorming, a cura del NewYorker.

NewYorker – BrainStorming doesn’t really work

La nostra raccomandazione?

  • Creare un mix di partecipanti diversi  (background/provenienza e personalità): non puntate solo all’eccellenza di alcuni reparti (marketing, innovation, social media, r&d). Spesso il confronto delle idee nasce da persone che provengono da divisioni completamente diverse come l’ufficio acquisti, l’ufficio legale (!) ma anche l’amministrazione. La moderazione sarà più challenging: del resto è l’innovazione che si desidera!
  • Dalla ‘frizione’ delle idee proposte da persone con prospettive diverse possono nascere situazioni imprevedibili. Ma poi è sempre la dinamica del gruppo che prende il sopravvento e dalle posizioni differenti possono nascere idee eccellenti.
  • Non tutte le aziende hanno la fortuna di avere collaboratori- Mavericks, certo è che la presenza di Mavericks e dei propri capi nella stessa sessione può essere poco produttiva e ‘creativa’.
  • INVESTIRE riscoprendo personalmente il valore dell’osservazione a 360°, fatta dai singoli componenti del brainstorming. E’ ineguagliabile il valore restituito dall’osservazione/ascolto dei consumatori, dei loro comportamenti, ma anche dai prodotti/servizi che ci circondano. Nell’era digitale tutto questo è ancora più semplice ed arricchente.

Infine si stanno affermando anche ottime piattaforme di open innovation, dove il principio della diversità (background e prospettive) comporta il coinvolgimento allargato anche a fornitori e persone indirettamente coinvolte.

Il brainstorming classico si evolve e diventa digitale, flessibile (tempi, interazione, partecipazione allargata etc.). Diventa un ottimo tool aziendale per arricchire i funnel di innovazione aziendale, permettendo di dare ancora più valore all’innovazione e differenziarsi realmente.


2 commenti

  1. Giovanna Ori scrive:

    Il workshop porta risultati generici perché, quasi mai esso viene finalizzato all’identità della marca, al suo specifico territoriale e valoriale, e quindi ai fondamenti che identificano e differenziano un’individualità dall’altra. Ecco allora che i risultati diventano generici, cioè aria fritta. Il cliente (tal volta disperato e sigillato nel buco dell’indistinto), acquista ricerche promettenti, complesse e costose ma poi, proprio come accadeva con il mago illusionista, le analisi sono album di figurine, pescate dal web, debordanti di fraseggi ad effetto e di olezzi di buon senso. Ciò è quanto non di rado incontro nella mia esperienza di analista, formatrice e docente. Che tristezza…

  2. Grazie, Giovanna!
    Il tuo contributo e la tua esperienza a 360° sono molto preziosi e confermano che oggi più che mai dobbiamo sforzarci di ‘andare oltre l’ovvio’ invece di soffermarci a valutare gli effetti ‘d’immagine’ (o meglio ancora, come descrivi tu, ‘da mago illusionista’)!
    Se è vero, come sembrerebbe, che la recessione non sconterà più le soluzioni aziendali generiche, è altrettanto vero che il ruolo del ricercatore aziendale/d’istituto/universitario potrebbe tornare ad assumere una funzione chiave e centrale.
    Oggi più che mai, infatti, c’è bisogno di ricercatori attivi e proattivi, analisti critici e osservatori internazionali scrupolosi dei nostri tempi, proiettati nel futuro e non ‘seduti'(confinati?) nel proprio ufficio. Lo speriamo intensamente, anche perché, anche a noi, non piace questa tristezza…

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