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Le principali paure del Ricercatore?

einstein_opt-213x300Questo post prende spunto da un interessante articolo/provocazione di Annie Pettit, ricercatrice e autore del libro ‘THE LISTEN LADY’ e  da un intervento di Phillip Chambers, SVP Global Insights di PepsiCo, durante l’evento ‘Market Research Event 2012′, 

Il ricercatore di oggi è sottoposto a molte pressioni, le maggiori derivanti dalle moltissime metodologie innovative sviluppate negli ultimi anni e dalle continue sfide/opportunità che ci si presentano. In questo scenario, il ricercatore si confronta con una serie di paure e timori:

1) LA PAURA DI SPERIMENTARE NUOVE METODOLOGIE seguendo la convinzione che ‘Ciò che si è sempre fatto in passato, va ancora bene’. Ma non tutte le metodologie di 20 anni fa (e più) devono per forza essere sempre le migliori. Basti pensare alle culture differenti dei paesi emergenti o alle differenze sostanziali tra ricerche offline vs. online o alla necessità di integrare ricerche adeguate sui social media.

Innovare significa anche avere il coraggio di sperimentare nuovi approcci nella forma e nei contenuti. Certo, i ‘consumatori professionisti’ non disdegnano le ricerche lunghe (30 minuti) o domande troppo articolate e poco chiare, l’importante è completare il questionario, per accedere all’incentivo di 3-4-5 euro etc. Inoltre, i database da cui si attingono i nominativi per le ricerche sono enormi,  quindi poco importa se i consumatori, che vorrebbero  invece dare il proprio apporto e contribuire per davvero, perdono l’entusiasmo e non completano il questionario.

La grande sfida per il Ricercatore è invece quella di avere il coraggio di essere resiliente, ovvero sperimentare, per poi testare nuovamente, quando si sbaglia. Certo, questo non solo, è il percorso meno facile, ma è anche quello più ostacolato e criticato dai ricercatori che si ostinano a restare all’interno di ciò che conoscono, imbrigliati dalle stesse loro paure. Usando le parole di Chambers, però, questa è  ‘A once in a Generation opportunity’ (di seguito il video:) 

In sintesi, questa è l’opportunità che si presenta, per molti di noi ricercatori, una sola volta.

Cosa significa questo concretamente?  Significa essere disponibili a mixare:

approcci qualitativi vs. quantitativi. Per esempio ritornare a chiedere le risposte aperte ‘complete’ nei test quantitativi, invece che codificare le risposte e raggrupparle come nei likes-dislikes, perdendo sfumature e insight importanti.

velocità vs. profondità. Moltissime community online offrono già queste opportuntità che permettono di approfondire temi specifici e in parallelo fare indagini mirate e brevi.

approcci tradizionali vs. moderni/gameful. Questa è una necessità, per esempio, nel linguaggio da usare per interfacciarsi con la generazione 2.0 e 3.0.

– metodologie pre e post. Per esempio tornando ad interpellare i rispondenti dopo una prima valutazione preliminare (pubblicità, prodotto/servizio etc.), come accade già nelle community.

2) LA PAURA DI GOOGLE/DIY. I tool di Google/DIY di oggi e di domani possono diventare un alleato ma, in quanto tool, non bastano da soli: come per tutti gli strumenti, occorre sapere come usarli e per questo bisogna affidarsi ad un ricercatore qualificato (obiettivi, campione, analisi e interpretazione etc.).

3) LA PAURA DEI BIG DATA. I big data rappresentano un’opportunità e il 2013 segnerà una svolta negli investimenti delle aziende (ved. post 2013-I’m a Researcher). Negli ultimi anni le grandi aziende hanno messo a punto ottimi modelli informatici che permettono analisi accurate. C’è ancora molto da fare, ma l’opportunità è enorme, per chi desidera ricercare, comprendere e soprattutto interpretare i big data, così da mettere a punto strategie ‘consumer centric’.

4) LA PAURA DI CHIEDERE. In ogni istituto strutturato che si rispetti ci sono esperti di statistica, antropologia, sociologia, psicologia, social media, semiotica e così via. Ognuno ha le sue competenze e a loro sono affidate le capacità di ‘semplificare’ i tecnicismi per renderli comprensibili nei reparti di marketing e di ricerca. Spesso invece non si fanno domande, perchè magari si teme di essere giudicati o perchè non si ritiene di porre domande sufficientemente ‘intelligenti’. E’ un timore comune, ma questo potrebbe rappresentare anche un grave rischio: in tempi dove la velocità è d’obbligo, spesso gli errori (o gli orrori!) possono diventare facilmente ‘vere e proprie omissioni’. In sintesi, meglio una domanda in più che il rischio di vedere la qualità della ricerca/di un risultato chiave compromesso. Inoltre, l’interlocutore preparato è sempre più che lieto di rispondere.

5) LA PAURA DI DIRE NO.  Per la C-Suite, chi fa il ricercatore è garante della qualità/colui che evita anche la ‘fuffa’. Una delle sfide più difficili per un ricercatore è ‘guidare’ i clienti e mostare loro i rischi/ l’impatto che taluni scelte avrebbero sulla qualità e quindi sull’attendibilità dei dati. Un percorso sicuramente non facile, ma necessario, più di quanto immaginiamo.


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